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Nome: Giordano D’Innocenzo
 
Attività e Storia Personale: Per professione mi occupo di finanza d’impresa (finanziamenti, partecipazioni nel capitale), in particolare valutazione di merito creditizio e piani industriali.
Sommelier Fisar, microproduttore (conduco la vigna e faccio il vino per me) in Olevano Romano (RM).
 
Curo i contenuti del sito http://enoblog.it 
Sono juventino ed in questo periodo bevo per dimenticarlo…..

 

L'Enostrippato per definizione

 
Superciuk: Biologici, Biodinamici, Naturali esiste una definizione comune per questi vini?
  
Le definizioni servono al marketing. Ciò che dovrebbe accomunare questi vini è la ricerca di metodologie produttive meno invasive possibili. Direi così: molto, attento, lavoro dell’uomo e limitato o assente (tendenzialmente) ricorso ai presidi chimici. “Naturali” è l’obiettivo tendenziale.
  
  
S: Ma è vero che sono diversi dagli altri, tu da cosa lo riconosci ?
  
Generalmente lo sono. In linea di massima, esprimo maggiori sentori tipici e, soprattutto i bianchi, mostrano tonalità di colore più forti e personalità più spiccata, al limite – talvolta – del difetto. Personalmente, apprezzo i buoni vini bianchi con leggere ossidazioni….
 
  
S:Il concetto di “correttezza”,  valutando questi vini è sicuramente più ampio di quello comunemente riconosciuto; non mi interessa la perfezione, ma al tempo stesso non mi va di bere i fanghi di depurazione. Quali sono i limiti entro i quali ti muovi, nel farli, parlarne e spiegarli?
  
Ok la volatile un po’ più spinta; va bene la minore brillantezza; il vino, però, va bevuto e deve essere piacevole. Purtroppo, ormai il nostro palato è stato traviato da gusti standard. Difficile proporre un prodotto davvero artigianale senza vedere qualche naso storto. E’ anche una questione d’abitudine.
Il limite è che, complessivamente, voglio avere sempre un bicchiere di personalità spiccata, gradevole e privo di difettosità evidenti. I fanghi e gli acetelli li beva qualcun altro!
  
S:Tutti mi dicono che questi vini sono di moda? Sarà vero?
  
Oggi mi pare di si. Il pericolo è che, mancando punti di riferimento ufficialmente riconosciuti dalla legge (eccezion fatta per il biologico), qualcuno potrebbe fare il furbo, cavalcando un presunto rispetto della vigna per vendere lo stesso vino di prima, a prezzo superiore. Sta a noi non farci infinocchiare!
  
S:Ma questo benedetto disciplinare di produzione (Vigna e cantina) può servire o è solamente l’ulteriore impedimento burocratico?
 
Se fatto con intelligenza (merce rara…), può servire e molto, per quanto sopra detto.
 
S:Consigliami un vino da bere stasera e dimmi perché è “bono!”
 
Vermentino Poggi Alti di Santa Caterina, Sarzana (SP). Impronta minerale si sensibile spessore. Finale lungo e di notevole eleganza, con agrumi protagonisti
Grande equilibrio, personalità e tonalità elevate per questo vino di confine (tosco-ligure, di fatto), che guarda il mare con le spalle ai monti.
 

 S:Pensierino finale per Superciuk

Un approccio più naturale in vigna ed in cantina non può che far bene al sistema vino, valorizzando le spiccate differenziazioni dei diversi luoghi enologici del nostro paese. L’auspicio è che non diventi l’ennesima occasione di cavalcare una moda e che, comunque, l’obiettivo finale sia sempre quello di ottenere un bicchiere il più possibile piacevole, il più possibile sano.
 
 
 
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Di questi giorni, un buon articolo su Enoblog mi ha ricordato che anche il Buon Vecchio Zio Masna (BVZM, per chi ricorda Martin Mystère) aveva affrontato l’angusto l’argomento dei cambi di gusto “in corsa” , ed ecco che rispolvero il primo numero della seconda serie di Enogea. Non lamentatevi, anche io ero innamorato del formato della prima serie, comodissimo da leggere durante la lezione all’Università…ma tant’è…

Quando appariva questo articolo, molto probabilmente ero in fila ad assaggiare qualche fantomatico supertuscan; oggi che mi abbevero di altri nettari devo essere conscio che dalla mano che coglieva i grappoli, al vino che si faceva strada nella mia bocca, passavano 3/4 anni. Naturalmente le scelte produttive della pianta e della conseguente vinificazione erano dettate dai gusti del momento, adesso siamo tutti (me compreso) a dare addosso a quelle aziende che ci ripropongono quella tipologia di vino….ma non è stato forse il mio palato a richiedere quei vini!?. Mi piace un mio amico produttore biodinamico,  dice che l’approccio ad una azienda deve essere olistico, non limitiamoci quindi ad assaggiare quel vino, cerchiamo di essere nella sua storia e soprattutto visto che i rischi della Biodinamica sono legati alla moda del momento…prendiamola per adesso  come un percorso e non come un fine.

Correva l’anno 2005 ed il Masna (che come dice lui , c’ha i capelli bianchi):

 

Giordano di Enoblog

“Il vino non è un prodotto industriale, mettiamocelo in testa. Cercare di ridurlo alla stregua di un maglione od un televisore è pura follia suicida.
Non si può banalizzare la genesi di un bicchiere, pensando di poterlo adattare, nel giro di un anno o poco di più, alle presunte “esigenze” di un fantomatico mercato, spesso eterodiretto.”

“Chi sceglie un terreno e pianta delle barbatelle ha già scelto che vino fare, anche se la prima bottiglia arriverà almeno cinque anni dopo. Di che cosa stiamo parlando, quindi? Come fa un produtore, anche volendo, ad adattarsi velocemente ad inversioni di gusto (da dimostrare, peraltro) così repentine e, a mio avviso, ingiustificate?”

 

Giampaolo Paglia su Enoblog

“e’ sbagliato inseguire le mode, perché visti i tempi con i quali si muove chi fa vino, si rischia sempre di arrivare tardi. Pero’ e’ giusto evolvere, cambiare, crescere, tornare indietro, fare sperimentazione, prendere nuove strade, ritornare sui propri passi. Come per tutte le cose, anche a proposito di vino i nostri gusti cambiano, si trasformano con gli anni insieme all’acquisizione di un gusto personale sempre più definito e stratificatosi nel corso degli anni. In fin dei conti, nel corso di una vita professionale ognuno di noi se e’ fortunato potrà giocarsi 40/50 vendemmie, che corrispondono al corso della nostra vita, in cui si passa da bambini a vecchi, e i gusti e le opinioni cambiano. Quindi, nulla di strano a muoversi, ma non seguire pediquessequamente il mainstream.”

 

Filippo Ferrari su Enoblog

 “mi sfugge invece il concetto di andare nelle vigne, parlare alle piante, o forse spingere un bottone per produrre meno concentrato, più acido e meno alcolico??!! come come?? con gli impianti che molto aziende hanno fatto negli ultimi anni, parlo di densità/ha, altezza dell’uva da terra, calpestamenti del suolo, diserbi e magari concime chimico?”

 

Sono il primo a sostenere l’importanza di una svolta radicale nei metodi di allevamento della vite, mi chiedo tuttavia se ho la faccia per rinnegare tutti i vini che ho bevuto…

 

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