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Posts Tagged ‘Pignoletto’

Da ENOLOGICA a VIGNAIOLI & VIGNERONS, innanzitutto un doveroso ringraziamento a Libero che lavora  nella cantina Vigneto San Vito e che con grande simpatia e professionalità  mi ha guidato nella degustazione dei loro prodotti.

Enologica- Faenza

Il mio interesse in terra emilio-romagnola si è rivolto soprattuto ai vitigni autoctoni:

Principe il Pignoletto vitigno autoctono dei colli bologhesi che ho assaggiato nella versione Classico Vigna del Grotto annata 2008  Pignoletto 100% di cui producono circa 3000 bottiglie all’anno caratterizzato al naso da sentori dolci di frutta matura e di fiori bianchi,al gusto ha un’entrata larga e avvolgente, sostenuto da una buona freschezza e percezione sapida che stemperata  molto bene la sostenuta presenza alcolica, buona la persistenza.                                                               La versione Superiore annata 2008 Pignoletto 90%   Suvignon 7% e Resling 3%  di cui producono 13000 bottiglie all’anno. Il cui bouquet è più vario e vede ancora protagonista un richiamo di frutta matura, melone bianco agrumi seguiti da sensazioni vegetali e finale tostato. Al gusto un’entrata ampia e morbida, di buona  struttura con un finale sapido.

L’azienda produce altri prodotti interessanti tra cui non da meno il loro Cabernet Sauvignon e la Barbera che pur assaggiati in anteprima promettono di dare altrettante sensazioni positive.

Ma vorrei soffermarmi sulla loro singola esperienza:

Il Vigneto San Vito ha adottato dall’autunno 2006 la Biodinamica grazie alla collaborazione del dott. Leonello Anello.

L’obiettivo è di avere un vigneto, sano, sostenibile ed in equilibrio con il proprio ambiente, che fornisca frutti di altissima qualità con la massima espressione del proprio territorio, ovvero il Terroir, dato dalla unicità di ogni singolo vigneto e dall’individualità dell’uomo.

L’approccio prevede l’utilizzo dei preparati biodinamici (corno letame e corno silice) e di soli trattamenti a base di composti naturali che hanno effetto solo per contatto (la maggior parte sono trattamenti in polvere), dunque non sono utilizzati trattamenti sistemici. In particolare sono usati: zolfo in polvere (di origine mineraria e non petrolifera), litotamnio (alghe della Bretagna) e bentonite (componente argilloso). Non vengono fatti diserbi ed il controllo dell’erba è fatto esclusivamente con mezzi meccanici (trincia ed erpici rotativi). Infine, non sono utilizzati pesticidi chimici.

La scelta di utilizzare questi prodotti pone in primo piano la manodopera, la quale deve essere particolarmente qualificata per cercare sempre il giusto equilibrio tra pianta ed ambiente in ogni fase dove risulta necessario l’intervento umano (potatura invernale, scacchiatura, sfemminellatura, legatura e accappanatura). Oltre a garantire un ambiente più sano, cerchiamo di dare ai nostri collaboratori un lavoro che sia nel contempo gratificante, stimolante, produttivo e soddisfacente. Investiamo in formazione, stimoliamo il lavoro di squadra e valorizziamo le singole individualità, dunque, cerchiamo di utilizzare il meno possibile il lavoro stagionale. Stiamo investendo in giovani desiderosi di lavorare in agricoltura, dando le dovute garanzie sociali e possibilità di carriera. Non viene utilizzato lavoro nero, purtroppo ancora troppo frequente nel nostro settore.

Prodotti e tecniche poco invasive comportano macchinari moderni (impolveratrice, atomizzatore a basso volume, trincia, interfilari, spollonatore, ecc). Inoltre, poiché i trattamenti hanno effetto solo per contatto, l’agricoltore biodinamico deve essere sempre pronto a rinnovarli in funzione degli eventi atmosferici, meglio se con l’aiuto di una stazione meteorologica. Il ritorno alle antiche tecniche agronomiche va sostenuto dal corretto utilizzo della moderna tecnologia.

Punto focale rimane il suolo quale “contenitore”: di microorganismi (insetti, batteri, vermi, ecc.) e di sostanze necessarie alla vite (humus e acqua). Il terreno in agricoltura biodinamica è profondamente (in maniera letterale) “vivo” e auto-sostenibile, cioè non necessità dell’apporto di nutrienti dall’esterno, li produce lui stesso. Il passaggio dei macchinari nel vigneto avviene a file alterne per cercare di compattare il meno possibile la terra, dunque ogni fila ha la possibilità di “riposare” ogni due anni. Questa non compattezza aiuta uno sviluppo radicale più profondo nelle piante, le quali si rendono di conseguenza più indipendenti e forti nella ricerca di acqua e alimenti.

Per cercare di ottenere uve con la massima espressione del territorio (Terroir) e terreni auto sostenibili i vigneti non vengono “alimentati”, cioè concimati né in forma chimica né con letame animale. L’unico concime organico è dato dal sovescio invernale, che una volta falciato e interrato in primavera, viene lavorato dai microorganismi nel terreno. Conosciuto anche come cover crops, il sovescio protegge l’humus superficiale dal vento e dalle piogge invernali, oltre ad andarlo ad arricchire successivamente. In questo modo si ha una diversità (rotazione) delle colture e si evita la viticoltura come monocultura, la quale nel lungo termine impoverirebbe il terreno.

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